Riflessioni di una Consigliera di Parità dopo venticinque anni di esperienza
Svolgo il ruolo di Consigliera di Parità dal 2001. In questi venticinque anni ho attraversato stagioni diverse, ho conosciuto da vicino le trasformazioni del mondo del lavoro, le conquiste, le difficoltà e, purtroppo, anche le tante resistenze che ancora ostacolano il raggiungimento di una reale parità tra donne e uomini.
Ho svolto il mio incarico a livello provinciale, ma anche per dieci anni a livello regionale e, dal 2010, continuo a esercitare le funzioni per il territorio di Ascoli Piceno in regime di prorogatio per non lasciare in stato di abbandono il territorio e le lavoratrici ed i lavoratori che necessitano di assistenza.
Non scrivo, dunque, da osservatrice esterna, né per difendere una posizione personale. Scrivo come persona che ha conosciuto concretamente il funzionamento di questo istituto, le sue potenzialità e i suoi limiti. E soprattutto da chi continua a credere che la tutela della parità nel lavoro sia una funzione pubblica indispensabile.
La riforma introdotta dal decreto legislativo n. 91 de 7 maggio 2026, che recepisce le direttive europee 2024/1500 e 2024/1499, apre una nuova fase. E credo sia giusto affrontarla senza pregiudizi, riconoscendone gli aspetti positivi, interrogandosi sulle criticità e sulle conseguenze che potrebbe produrre.
Parto da un punto che considero fondamentale: sono una convinta sostenitrice del merito e dell’indipendenza delle Consigliere di Parità.
Per anni abbiamo rivendicato la necessità di un sistema che garantisse autonomia, competenza e libertà di azione, sottraendo le nomine a logiche di appartenenza e a scelte esclusivamente politiche. Purtroppo, negli ultimi anni non sono mancate nomine che hanno suscitato proprio questa preoccupazione.
Per questo considero positiva, in linea di principio, la nascita di un organismo nazionale indipendente. È una richiesta che le Consigliere hanno avanzato a lungo e che finalmente trova spazio nella nuova architettura istituzionale.
L’indipendenza non è un privilegio di chi ricopre un incarico: è una garanzia per le persone che chiedono tutela. Una Consigliera deve poter intervenire anche quando la discriminazione denunciata riguarda un’amministrazione pubblica, un ente o un soggetto dotato di un forte potere economico e organizzativo.
Ma proprio perché credo nell’indipendenza, ritengo che essa debba essere effettiva a tutti i livelli, non soltanto dichiarata per l’organismo nazionale.
La mia maggiore preoccupazione riguarda la dimensione territoriale.
Le discriminazioni non si verificano nei palazzi delle autorità nazionali. Si verificano nei luoghi di lavoro, negli uffici, nelle aziende, nelle amministrazioni pubbliche. È lì che una lavoratrice o un lavoratore subiscono trattamenti ingiusti, che una maternità diventa motivo di penalizzazione, che una progressione professionale viene negata, che una persona viene isolata o demansionata.
Ed è lì che le persone hanno bisogno di trovare un interlocutore competente, accessibile e capace di intervenire affiancandosi gali altri organismi competenti garantendo sempre il proprio ruolo di terzietà.
Un organismo nazionale può svolgere funzioni fondamentali di indirizzo, coordinamento, monitoraggio e promozione delle politiche di parità. Ma non può sostituire la presenza territoriale, la conoscenza delle realtà locali, la possibilità di ascoltare direttamente le persone e di costruire interlocuzioni tempestive con le istituzioni e con il mondo del lavoro.
Attenzione, il problema non è scegliere tra livello nazionale e livello territoriale. Abbiamo bisogno di entrambi.
Il rischio è che si rafforzi il centro senza garantire una rete periferica realmente funzionante. E una tutela che non arriva nei territori rischia di diventare una tutela soltanto teorica.
La mia esperienza personale e quella di tante colleghe dimostrano quanto sia difficile garantire continuità. Ci sono territori nei quali non si riesce a individuare una nuova Consigliera, altri nei quali le nomine tardano, altri ancora nei quali la presenza istituzionale è soltanto formale.
La situazione delle Marche, che conosco direttamente, è emblematica. Da un anno manca una nomina regionale formalizzata e permangono persino difficoltà nell’aggiornamento delle informazioni istituzionali: sul sito della Regione risulto ancora il mio nominativo, nonostante il mio mandato regionale sia terminato da cinque anni. Mi è stato anche riferito che alcuni uffici continuano a fornire il mio recapito a chi cerca informazioni.
Non è un episodio soltanto personale. È il segnale di una fragilità organizzativa che riguarda la continuità e la riconoscibilità stessa della funzione.
C’è poi una questione che non può essere elusa: quella delle risorse che emerge ad ogni incontro e confronto con le colleghe.
L’indennità di ruolo è stata una conquista importante, ottenuta dopo una battaglia lunga e faticosa. Ma il riconoscimento economico previsto è rimasto estremamente contenuto. È vero che gli enti possono incrementarlo, entro i limiti consentiti, anche in misura significativa; ma questo non risolve il problema di fondo.
Il riconoscimento economico non può dipendere dalla maggiore o minore sensibilità dell’amministrazione presso la quale la Consigliera opera. Non dovrebbero esistere differenze così rilevanti tra territori per una funzione che ha le stesse responsabilità e le stesse finalità.
E soprattutto c’è una contraddizione che merita una riflessione seria: come può essere pienamente indipendente una Consigliera che, per svolgere il proprio lavoro, dipende economicamente e organizzativamente proprio dall’ente nei confronti del quale potrebbe essere chiamata a intervenire?
Se le risorse, il personale di supporto, gli strumenti e persino gli spazi di lavoro dipendono dall’amministrazione ospitante, l’autonomia rischia di rimanere un principio formale.
In passato il finanziamento nazionale garantiva una separazione diversa tra la funzione di tutela e gli enti territoriali. Il nuovo assetto pone invece interrogativi sulla capacità di assicurare alle Consigliere risorse certe e non discrezionali.
La riforma mette a disposizione risorse importanti per il nuovo organismo nazionale. È un dato positivo, ma occorre evitare che il rafforzamento del livello centrale avvenga senza un corrispondente investimento sulla rete territoriale.
Sarebbe necessario prevedere un sistema stabile di finanziamento anche per le attività territoriali, con criteri uniformi, risorse adeguate e strumenti operativi effettivi.
Non si tratta di una rivendicazione corporativa. Si tratta di riconoscere che una funzione pubblica così delicata non può essere affidata soltanto alla disponibilità personale, alla passione e al senso di responsabilità di chi la esercita.
Queste considerazioni arrivano in un momento particolarmente difficile.
Assistiamo a manifestazioni di un preoccupante ritorno di atteggiamenti maschilisti anche nei luoghi di lavoro. Persistono differenze salariali, segregazione professionale, difficoltà di accesso alle opportunità di carriera e penalizzazioni legate alla maternità e ai carichi di cura.
Ma c’è un elemento che spesso rischia di essere sottovalutato: la debolezza complessiva del potere contrattuale di lavoratrici e lavoratori.
Stipendi sempre più insufficienti, precarietà, difficoltà a trovare un’occupazione e paura di perderla rendono più difficile denunciare un comportamento discriminatorio o segnalare una situazione di abuso.
Per una lavoratrice che teme di non vedersi rinnovare un contratto, di essere isolata o di compromettere il proprio futuro professionale, chiedere tutela può diventare una scelta molto rischiosa.
Ecco perché la tempestività e l’efficacia delle risposte istituzionali sono fondamentali.
Quando una persona trova il coraggio di denunciare e non riceve ascolto, riservatezza, una valutazione seria e una risposta in tempi ragionevoli, non perde fiducia soltanto nell’istituzione alla quale si è rivolta. Il suo silenzio può diventare un messaggio anche per gli altri.
Il rischio è che le persone non soltanto denuncino meno, ma smettano proprio di denunciare.
E quando questo accade, le discriminazioni non scompaiono: diventano semplicemente meno visibili, più difficili da contrastare e più facili da perpetuare.
C’è poi un’altra riflessione che ritengo doverosa.
Se vogliamo Consigliere di Parità competenti, indipendenti e autorevoli, dobbiamo anche metterle nelle condizioni di esercitare il mandato.
Non basta prevedere una procedura di selezione fondata sul merito. Occorre che l’incarico sia concretamente esercitabile, che abbia un riconoscimento economico dignitoso, che siano disponibili strumenti, personale e risorse, che sia garantita una rete di collaborazione istituzionale.
Altrimenti rischiamo di selezionare persone qualificate e di affidare loro un compito che non possono svolgere adeguatamente.
La competenza non può essere considerata una risorsa da utilizzare gratuitamente. L’indipendenza non può essere soltanto una dichiarazione. La presenza territoriale non può dipendere dalla buona volontà di chi, magari per anni, continua a lavorare senza adeguati strumenti e riconoscimenti.
Non penso che il vecchio sistema fosse privo di limiti. Al contrario, ne abbiamo conosciuti molti e li abbiamo denunciati per anni. Le difficoltà delle nomine, la discontinuità, la scarsità delle risorse e il rischio di condizionamenti politici sono problemi reali.
Per questo non credo sia utile contrapporre nostalgicamente il vecchio al nuovo.
La questione è un’altra: fare in modo che la riforma produca un miglioramento effettivo della tutela.
Un organismo nazionale indipendente può rappresentare una grande opportunità. Ma deve essere il punto di riferimento di una rete territoriale viva, competente e presente, non il sostituto di una rete che rischia di indebolirsi ulteriormente.
Dopo venticinque anni di esperienza, non ho interesse a difendere incarichi o posizioni personali. Ho visto colleghe lavorare con grande competenza e dedizione, spesso in condizioni difficili. Ho visto persone trovare nelle Consigliere una interlocuzione che altrimenti non avrebbero avuto. Ho visto quanto possa essere importante una presenza istituzionale capace di ascoltare, accompagnare e intervenire.
È questo patrimonio che non dobbiamo disperdere.
La parità non si realizza soltanto attraverso le leggi, gli organismi e i documenti programmatici. Si realizza quando una lavoratrice o un lavoratore che subiscono una discriminazione sanno a chi rivolgersi, ricevono ascolto e ottengono risposte concrete.
L’indipendenza senza prossimità rischia di diventare distanza. La prossimità senza indipendenza rischia di diventare subordinazione. La tutela effettiva ha bisogno di entrambe.
È su questo che dovremmo misurare il successo della riforma: non soltanto sulla qualità della nuova architettura istituzionale, ma sulla capacità di garantire a ogni lavoratrice e a ogni lavoratore, in ogni territorio, una tutela reale, accessibile e tempestiva.
Una riforma della parità sarà davvero una riforma di progresso se nessuno, per il solo fatto di vivere o lavorare in un territorio privo di una Consigliera effettivamente operativa, dovrà rinunciare al proprio diritto di essere tutelato.
Paola Petruci
Consigliera di Parità della Provincia di Ascoli Piceno
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