C’è una misura del tempo istituzionale che non si calcola in minuti o in ordini del giorno, ma in decibel di vuoto.

Il percorso di questa vicenda è scandito da date precise, quasi fossero i battiti di un metronomo rimasto colpevolmente isolato. Era il 12 ottobre quando abbiamo scritto al Consiglio Comunale e ai media il nostro primo comunicato sul caso del Gran Pavese Rossoblù, ponendo interrogativi politici e sociali che pretendevano risposte. Poi, il 14 ottobre, il Consiglio comunale: un’occasione naturale di confronto, il luogo deputato per eccellenza alla trasparenza e al dibattito pubblico. Risultato? Silenzio. Un muro di gomma fatto di sguardi bassi e parole omesse, che ci ha spinto, il 18 ottobre, a raddoppiare l’impegno con un secondo comunicato stampa.

E infine arriviamo a oggi. Oggi, in un nuovo Consiglio comunale in cui l’argomento è tornato prepotentemente al centro del dibattito — con la mozione dell’Opposizione sulla revisione del regolamento — e il richiamo ai nostri scritti del Consigliere Fabrizio Leone e poi il richiamo del Consigliere Paolo Canducci. Ancora lo stesso identico copione. Ancora silenzio. Un silenzio assordante, pesante, che ha rivelato molto.

Perché riflettere su questo silenzio significa fare i conti con una verità scomoda: il silenzio, nelle istituzioni, non è mai un’assenza neutra. Al contrario, è la peggiore forma di discriminazione politica e civica che si possa ricevere. È la negazione dell’interlocutore, il tentativo maldestro di cancellare il peso delle argomentazioni altrui attraverso la rimozione verbale, l’indifferenza ostentata, la sordità di chi governa rispetto alle istanze di chi rappresenta una parte della città. Ciò che non si nomina non esiste spiegava Alma Sabatini.

Eppure, osservando quel silenzio da una prospettiva ravvicinata, si finisce per cogliere ciò che le parole, a volte, tradiscono o edulcorano. È lì che entra in gioco la prossemica, la scienza non verbale delle distanze e dei corpi. Il silenzio istituzionale svela i dettagli più nascosti: una postura rigida, uno sguardo che evita il confronto diretto, il modo di incrociare le braccia o di cercare freneticamente distrazioni sui banchi mentre si argomenta. La prossemica del potere in difficoltà parla una lingua chiarissima, fatta di micro-espressioni e di distanze fisiche e psicologiche che non mentono, svelando un disagio che i microfoni spenti o le bocche cucite non riescono a nascondere.

Il “rumore del silenzio” diventa così paradossalmente rivelatore. Ci dice che la politica, quando non sa o non vuole rispondere nel merito, si trincera dietro il mutismo. Ma ci restituisce anche la misura esatta della nostra tenacia: se scelgono il silenzio, significa che i nostri interrogativi colpiscono nel segno. E noi continueremo a farli risuonare, finché quel silenzio non sarà costretto a cedere il passo alla trasparenza.