Seguire i lavori del Consiglio Comunale di San Benedetto del Tronto sta diventando per me fonte d’ispirazione per scrivere.

Due settimane fa il Sindaco Mozzoni mi ha ispirata per scrivere che le idee sono colorate ed oggi il Presidente Piunti ed il Segretario Generale mi danno modo di condividere delle riflessioni sull’uso dei termini minoranza e opposizione.
Tra queste due parole c’è un abisso e non è soltanto una questione di vocabolario ma è una scelta politica e sociologica precisa perché una parola serve a sminuire mentre l’altra a costruire.

Iniziamo da “minoranza”, una parola che si porta dietro un peso passivo, puramente numerico: se sei minoranza, significa semplicemente che sei di meno e, sociologicamente parlando, ti mette subito in una posizione di subalternità, ti definisce per sottrazione: c’è un gruppo grande (la maggioranza) che decide le regole del gioco, e poi ci sei tu, che stai in un angolo.

In politica, usare “minoranza” ha quasi sempre una sfumatura dispregiativa. Viene usato da chi governa per dire, implicitamente: “Voi non contate nulla, avete perso, rassegnatevi”. È un modo sottile per silenziare il dissenso che assume il ruolo di “fastidio statistico” e che rappresenta una fazione ostinata che si mette di traverso rispetto ai desideri della fetta più grande del Paese.
In sostanza il termine minoranza tende a rimpicciolire, sminuire e assume anche un tono discriminante.

Il termine “opposizione”, invece, è completamente diverso perché descrive una funzione e non una quantità numerica. L’opposizione non è solo “chi ha preso meno voti” ma è una colonna portante della democrazia. L’opposizione non subisce la realtà, la agisce.
La valenza di questa parola è profondamente costruttiva perché chi fa opposizione non sta solo a guardare o a fare ostruzionismo fine a se stesso; controlla chi ha il potere, stimola il dibattito e, soprattutto, propone un’alternativa.
L’opposizione si propone come maggioranza di domani perché “La democrazia non è l’assenza di conflitti, ma il quadro in cui i conflitti possono essere vissuti in modo costruttivo.” come scriveva la filosofa Chantal Mouffe nel suo libro Sul politico.
L’opposizione è il motore della democrazia, senza qualcuno che si oppone, la democrazia si spegne e scivola in quella che Alexis de Tocqueville chiamava la “tirannia della maggioranza”, dove chi ha i numeri pensa di avere anche la verità assoluta.
Karl Popper,ha spiegato che il vero termometro di una democrazia non è quanti poteri ha chi vince, ma lo spazio che viene garantito a chi perde perché “La differenza tra una democrazia e una tirannia è che nella prima i governanti possono essere congedati senza violenza; nella seconda no.”
Chi permette di cambiare i governanti senza violenza? L’opposizione, che tiene viva l’alternativa.

Chi mi conosce sa quanto considero importante il linguaggio come strumento di cambiamento perché “Se il pensiero corrompe il linguaggio, il linguaggio può anche corrompere il pensiero.”  come sosteneva George Orwell.

Quindi mi rivolgo alle persone che vivono la politica cittadina e propongo loro di provare a cambiare il linguaggio e, attraverso di esso, guardare in modo diverso alle dinamiche che s’innescano.

Etichettare gli avversari politici come “minoranza” è un trucco linguistico per rimpicciolirli e ridurli a perdenti. Chiamarli, invece, “opposizione” significa riconoscerne la dignità e l’utilità istituzionale.
Chi governa ha il dovere di guidare il Paese, ma chi si oppone ha il dovere altrettanto sacro di vigilare e confondere i due termini non è un errore da poco: significa dimenticare che la democrazia vive di confronto, non di monologhi.