Oggi le donne non festeggiano è ciò che ho lettoi questa mattina in un commento e che mi ha fatto pensare anche perché a scriverlo era una donna.

E’ vero, anche gli ultimissimi dati statistici non fanno altro che ricordare che chi ha perso il lavoro sono soprattutto le donne (oltre alle fasce più giovani quendi essere giovani donne significa non avere lavoro).

A questo si aggiunge il dato INAIL che, se letti nel dettaglio, non solo ci dicono che infortuni e morti sono aumentati con la pandemia (un terzo delle cause di morti legate al lavoro è per covid) ma dimostrano anche che sono le donne le più colpite.

Valutando questi dati potremmo si affermare che le donne hanno poco da festeggiatre oggi perché sono estromesse dal mondo del lavoro e, se ci sono, vengono maggiormente penalizzate.

Ma qual è il lavoro delle donne?

Da sempre sappiamo che le donne lavorano molto più in casa che fuori prese dalla gestione della casa, dal lavoro di cura e da mille altre forme di accudimento. Malgrado le rilevazioni statistiche sul lavoro di cura e le tante parole spese in questo ultimo anno su come le donne, relegate a casa dal telelavoro (non mi stancherò mai di ribadire che non è lavoro agile) abbiano visto moltipicarsi i loro carichi ancora le attività di cura non sono considerate lavoro.

Un chiaro esempio lo abbiamo guardando ai moduli per la prenotazione del vaccino anti-covid (e la relativa autodichiarazione) per le persone che vivono vicino ai soggetti fragili in cui viene ripetutamente specificata la gratuità del rapporto di cura per familiari/conviventi/caregiver.

Le attività di cura sono gratuite ma sono, a tutti gli effetti, lavoro…lavoro in nero che lo Stao non vuole far emergere.

Abbiamo quindi chiarito che le donne lavorano sempre e comunque ma non vengono retribuite il giusto e non solo per il differenziale salariale (circa il 25%) con i colleghi principalmente frutto di pregiudizi e stereotipi.

Molte sono le giornate dedicate, in Italia – in Europa – nel mondo, a ricorrenze per le quali parliamo di Giornata mentre per il 1° maggio parliamo di Festa ma c’è una reale differenza?

In realtà non esistono differenze perché, tutte queste date sono state fissate in corrispondenza di grandi eventi di piazza in cui sono state fatte rivendicazioni e lotte per la conquista di diritti che poi, nelle relative giornate, vengono ricordate ed è così anche per il 1° maggio.

Visti i miei tanti scritti riguardanti la rivendicazione di giornate come quella dell’8 marzo pretendendo che sia chiamata giornata e non festa mi corre l’obbligo di spiegare perché è giusto chiamare la ricorrenza del 1° maggio festa.

Quello che successe il 1° maggio 1867 fu l’entrata in vigore la prima legge che fissava il limite delle otto ore giornaliere di lavoro (nello stato dell’Illinois), per questo si festeggiano le conquiste di lavoratrici e lavoratori.

Al lavoro che non c’è (soprattuitto per le donne) si somma il lavoro non riconosciuto come tale in una stagione, però, contraddistinta da conquiste sulle quali non si deve retrocedere.

Impegnamoci, allora, affinchè il 1° maggio continui ad essere una festa per uno Stato che, nella sua carta costituzionale, lo pone come primo valore fondante scrivendo che L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. e ricordandoci che il lavoro è un diritto/dovere che contribuisce alla realizzazione di cittadine e cittadini.

Buon primo maggio!