Chi ha consumato la suola degli scarponi per quarant’anni tra cerchi, reparti e comunità capi sa benissimo di cosa parlo. Sappiamo cos’è quella promessa che abbiamo messo sul cuore da giovani: non un cimelio da bacheca, ma una bussola. L’AGESCI lo scrive a chiare lettere nei suoi testi ufficiali, a partire dal Patto Associativo: lo scoutismo è un percorso che “insegna da piccoli a diventare grandi” attraverso il gioco, l’avventura e il servizio, con una finalità pedagogica e sociale precisa: formare cittadini attivi e responsabili.

A ricordarlo è il Patto Associativo che, descrivendo la vita di gruppo, scrive: “La comunità è palestra e laboratorio che, aiutando a costruire strumenti interpretativi della realtà e a sperimentare modalità di partecipazione, educa a una cittadinanza responsabile.”

Ma cosa significa, oggi, calare questo mandato nella realtà di ogni giorno? Quando lasci la Comunità Capi e ti ritrovi a praticare quella famosa “scelta di azione politica” nel mondo degli adulti — nei consigli di quartiere, nelle associazioni territoriali, nella tutela dei beni comuni o nella vita civica di tutti i giorni — ti accorgi subito che il terreno fuori dal bosco è molto più complesso.

Nelle nostre sedi insegniamo ai ragazzi la cooperazione, l’ascolto e la pazienza del passo del più lento. Nel Patto Associativo, la Scelta Politica è definita come: “…orientata alla partecipazione attiva e responsabile per la realizzazione del bene comune e per la valorizzazione della persona al fine di garantire l’inviolabilità dei suoi diritti fondamentali ed il loro sviluppo anche attraverso l’assunzione dei doveri inderogabili di solidarietà.”

Poi però i ragazzi crescono (e noi con loro) e si scontrano con una società che sembra andare nella direzione opposta:

  • Individualismo vs. Comunità: La società incentiva l’affermazione del singolo e la velocità mentre lo scoutismo propone la fatica del camminare insieme e l’autoeducazione alla partecipazione.
  • Cultura dello scarto vs. Essenzialità e Creato: Nelle Strategie Nazionali d’Intervento (SNI), l’AGESCI pone tra i pilastri la cura dell’Ambiente e Creato e la Cittadinanza Attiva. Nel Patto leggiamo che la vita all’aperto ci rende “custodi attivi e responsabili del suo giardino”. Fuori, tuttavia, l’urgenza dell’impatto ambientale viene ancora troppo spesso liquidata o trattata con superficialità.
  • Polarizzazione vs. Dialogo: L’associazione ribadisce la necessità di “dare voce a chi non ha voce” e intervenire sulle tematiche educative con giudizi e azioni concrete. Il dibattito pubblico attuale, al contrario, è polarizzato e diviso in tifoserie sorde.

Nelle testimonianze di tanti capi si avverte questo costante interrogativo: “A volte ti chiedi se stai preparando i ragazzi a un mondo che non esiste, o se li stai armando degli strumenti giusti per cambiarlo davvero.”

La difficoltà più grande, che da ex capo con quattro decenni di cammino alle spalle conosco bene, è evitare il rischio dell’autoreferenzialità. È relativamente semplice “fare i bravi cittadini” dentro l’ambiente protetto del gruppo scout, tra persone che condividono lo stesso linguaggio e i medesimi valori.

La vera prova della cittadinanza attiva comincia quando ci si toglie il fazzolettone dal collo (o meglio, quando lo si porta idealmente sotto gli abiti di tutti i giorni) e ci si sporcano le mani nelle contraddizioni del territorio. Lo dice anche il Patto Associativo che “La conoscenza della realtà e delle sue contraddizioni mostra come e dove operare, nello spirito di Cristo, per il bene comune dei fratelli e per il cambiamento di tutto ciò che lo ostacola.”

Mantenere questo stile scout — che significa concretezza, ascolto, cura delle relazioni e rifiuto delle scorciatoie — nel lavoro o nelle istituzioni locali richiede uno sforzo notevole. Significa scontrarsi con la burocrazia, con la sfiducia diffusa e con la tentazione della rassegnazione.

Proprio perché oggi è così difficile ritengo che questo patrimonio educativo sia più attuale e necessario che mai.

Vivere la cittadinanza attiva con alle spalle anni di servizio scout offre una prospettiva concreta:

  1. L’interdipendenza tra pensiero e azione: Perché il metodo scout è un metodo “attivo” in cui l’esperienza porta a “libere valutazioni critiche e a conseguenti scelte autonome”. Nella vita civile questo si traduce nel non aspettare che siano “gli altri” a risolvere i problemi della comunità.
  2. L’impegno che qualifica il cittadino: Nel Patto Associativo è scritto chiaramente che i capi vivono la scelta politica come “un impegno che qualifica l’uomo in quanto cittadino partecipe, attivo e responsabile della gestione del bene comune”.
  3. La speranza operativa: Lo scout impara a guardare avanti con fiducia. Sa che anche il percorso più impervio si affronta un passo alla volta, con pazienza e metodo.

Ed è per questo che “insegnare da piccoli a diventare grandi” non significa preparare i ragazzi ad adattarsi al mondo così com’è, ma dar loro la spina dorsale e gli strumenti per trasformarlo. Vivere questi valori oggi è una sfida quotidiana, ma è l’unico modo che conosco per continuare a “lasciare il mondo un po’ migliore di come l’ho trovato”.