Se c’è un momento in cui lo scoutismo italiano ha fatto un salto mortale in avanti — uno di quei gesti che a guardarli oggi sembrano ovvi, ma che cinquant’anni fa fecero tremare i polsi a parecchi —, quello è stato il 1974.

Chi ha speso quattro decenni della propria vita a portare il fazzolettone al collo lo sa bene. La nascita dell’AGESCI non è stata una semplice fusione burocratica tra due associazioni che si volevano bene, l’ASCI (maschile) e l’AGI (femminile). È stata una rivoluzione culturale, pedagogica ed ecclesiale. In un’Italia che usciva a fatica dalle rigidità tradizionali e che masticava i primi fermenti del femminismo e del post-Sessantotto, gli scout misero sul tavolo due pilastri che all’epoca suonavano quasi sovversivi: la coeducazione e la diarchia di genere.

Oggi daremmo per scontato che ragazze e ragazzi facciano le esperienze insieme: le uscite, i campi invernali, le dormite in tenda sotto la pioggia, le route sulle cime delle montagne. Ma nel 1974, unire maschi e femmine nello stesso percorso educativo, all’interno di un’associazione cattolica, fu una vera e propria bomba ad orologeria.

I critici di allora — e non mancavano neanche nelle gerarchie ecclesiali — storcevano il naso. C’era chi temeva la perdita d’identità, chi paventava “distrazioni” o “promiscuità”. Ma l’AGESCI ebbe il coraggio di affermare una cosa chiarissima nel proprio Patto Associativo: maschi e femmine crescono meglio se crescono insieme, imparando a conoscersi, a rispettarsi e a collaborare alla pari.

La coeducazione scout non è mai stata una banale omologazione (“facciamo fare alle ragazze le stesse cose dei ragazzi” o viceversa). È stata ed è la scoperta della ricchezza della differenza. Nelle squadriglie e nelle comunità RS si è imparato a smontare gli stereotipi di genere direttamente sul campo: non c’erano mansioni “da maschi” (montare le tende o legare i pali) e mansioni “da femmine” (cucinare o lavare i piatti). Tutti facevano tutto, misurandosi con i propri limiti e le proprie competenze.

Insegnare questo “da piccoli per diventare grandi” ha prodotto generazioni di adulti capaci di guardare all’altro sesso senza paternalismi né complessi di inferiorità.

Se la coeducazione era la scommessa sui ragazzi, la diarchia di genere fu la scommessa sugli adulti. E qui l’AGESCI andò persino oltre gran parte della società civile di allora (e, diciamocelo con franchezza, di quella di oggi).

Decisione storica: a ogni livello dell’associazione — dalla Comunità Capi di un piccolo gruppo di provincia fino ai Capo Scout d’Italia, passando per i livelli di Zona e Regionali — la responsabilità educativa e direttiva doveva essere affidata congiuntamente a un uomo e a una donna. Due Capi Gruppo (un capo e una capa), due Responsabili di Zona, due Responsabili Nazionali.

Non un uomo con una “vice” donna di facciata. Ma pari dignità, pari autorità, pari potere decisionale.

Sperimentare la diarchia significa fare la fatica del confronto continuo. Significa che prima di prendere una decisione bisogna ascoltarsi, mediare, valorizzare la sensibilità dell’altro. La diarchia è stata per noi capi una scuola di democrazia quotidiana e un antidoto permanente al “servizio da uomo solo al comando”.

Dopo circa 40 anni vissuti in associazione, quando oggi mi guardo intorno e mi impegno nella vita civica del mio territorio — nelle assemblee pubbliche, nella gestione dei beni comuni, nel volontariato o nel mio lavoro —, mi rendo conto di quanto sia profonda l’eredità di quella scelta del 1974.

Guardiamo la realtà attuale:

  • Nel dibattito pubblico e nella politica, la parità di genere viene ancora troppo spesso trattata come una “quota rosa” da coprire per obbligo di legge, o come una concessione.
  • Nelle organizzazioni e nelle istituzioni, la cultura del confronto paritario cede troppo spesso il passo all’esibizione muscolare della forza o alla polarizzazione urlata.
  • Nelle relazioni sociali, vediamo purtroppo quanto sia ancora drammaticamente urgente educare i giovani al rispetto dell’alterità e alla prevenzione della violenza di genere.

Ecco perché quella scelta fondativa di cinquant’anni fa è ancora rivoluzionaria. Chi è cresciuto nella coeducazione e ha visto funzionare la diarchia non accetta l’idea che un genere sia subordinato all’altro. Porta nella società civile l’abitudine alla corresponsabilità, il rifiuto di ogni forma di prevaricazione e la convinzione che la diversità sia una risorsa da gestire, non un problema da evitare.

Nel 1974 l’AGESCI ha avuto il coraggio di essere profetica, anticipando i tempi con la forza di un metodo educativo fondato sulla fiducia nelle persone.

Per questo ricordare oggi la nascita della coeducazione e della diarchia non deve servire a farci un applauso da soli per il passato, ma a chiederci come continuiamo a vivere questi valori nel presente: nelle nostre famiglie, nei nostri luoghi di lavoro e nelle nostre comunità. Perché insegnare “da piccoli a diventare grandi” significa, ieri come oggi, formare uomini e donne capaci di camminare fianco a fianco, con il passo di chi sa che la meta si raggiunge soltanto insieme.