Mia sorella Chiara, l’unica di noi quattro a non essere mai stata scout, era un’osservatrice formidabile, ma chi lavora nella formazione e nella comunicazione come era nel suo caso lo sa: certi tratti umani non si simulano. Chiara mi raccontava come, dopo un’ora di aula, quando le dinamiche di gruppo cominciavano a riscaldarsi lei aveva già capito chi avesse solo vissuto un’esperienza scout da giovane e chi la stava vivendo ancora da educatore.
L’esperienza scout, sia se vissuta in giovane età (come le altre mie sorelle) o come nel mio caso per circa quarant’anni lascia comunque un’impronta, ma diversa.
Provo a mettermi nei panni di mia sorella e a guardare la sua aula durante quella prima ora di lezione. Ecco quali erano, molto probabilmente, le differenze che rilevava.
1. Chi non è mai stato scout: L’osservatore della norma
Di fronte a un problema o a una dinamica di gruppo, la persona senza un passato scout tende ad applicare il modello dell’ambiente formale: aspetta che sia il formatore o il leader designato a dare le regole, si muove dentro i confini assegnati e tende a proteggere il proprio ruolo. La gestione dell’imprevisto genera spesso un attimo di paralisi o di ricerca di un responsabile a cui chiedere autorizzazione.
2. Chi è stato scout solo da ragazzo: L’esecutore orientato all’azione
Chi ha vissuto qualche anno la vita scout, hanno interiorizzato quelli che possiamo definire gli “automatismi” del metodo:
- Pragmatismo istintivo: Se c’è da fare un lavoro di gruppo o da organizzare uno spazio, si rimboccano le maniche per prime senza fare troppe storie.
- Adattabilità: Non si scompongono se il programma cambia o se il compito si fa confuso; cercano subito una soluzione pratica.
- Spirito di squadra: Collaborano volentieri e riconoscono al volo il valore del gruppo.
Mia sorella le riconosceva perché facevano le cose con disinvoltura, con quell’attitudine tipica di chi da piccolo ha imparato a montare una tenda sotto la pioggia. Tuttavia, la loro partecipazione si fermava spesso alla dimensione esecutiva e di appartenenza: ottimi elementi di squadra, ma focalizzati sull’obiettivo immediato.
3. Chi è stato scout per 40 anni (e capo): Il facilitatore sistemico
E poi c’ero io. C’era chi lo scoutismo lo ha vissuto fino in fondo, attraversando la formazione capi, la diarchia, la progettazione educativa e la gestione della Comunità Capi. Lì mia sorella vedeva qualcosa di completamente diverso. Non solo un “saper fare”, ma un “saper essere” relazionale e politico.
Ecco cosa notava in quell’ora di lezione:
- Sguardo sulla mappa del gruppo (Leadership di servizio): Il capo scout adulto non cerca di prevaricare per prendersi la scena, ma non si nasconde. Ha l’occhio allenato a capire chi nel gruppo è in difficoltà, chi sta rimanendo ai margini, chi ha bisogno di essere valorizzato. Fa ruotare la parola, ascolta, applica la pazienza del “passo del più lento” senza far rallentare la meta.
- Gestione del conflitto senza drammi: In una simulazione o in un dibattito, chi è stato capo per decenni non vive il disaccordo come un attacco personale. In Comunità Capi ha imparato la fatica del confronto paritario e della mediazione. Cerca la sintesi, disinnesca le tensioni con un’ironia sana e non perde mai di vista il bene comune del gruppo.
- L’arte dell’essenziale e del “fare con quel che c’è”: Se il task di formazione richiede di creare un progetto in 20 minuti con materiali scarsi, l’adulto scout non si lamenta delle risorse che mancano. Mette in moto la creatività, organizza i tempi e le competenze degli altri e porta a casa il risultato.
- Ascolto e Diarchia naturale: Un formatore di comunicazione nota subito chi sa lavorare davvero in pari dignità con gli altri generi e con persone di età o estrazione diversa. Per chi ha vissuto la diarchia e la coeducazione per 40 anni, la corresponsabilità e il rispetto dell’altro sono un riflesso incondizionato.
La differenza sottile da evidenziare è l’intenzionalità. Se chi è stato scout da piccolo ha imparato a stare nel gruppo, chi è stato capo per quarant’anni ha imparato a leggere e guidare il gruppo, ponendosi sempre al servizio del processo educativo.
Mia sorella, da grande osservatrice delle dinamiche sociali quale era, vedeva nei primi la capacità di adattarsi all’ambiente, e nei secondi la capacità di costruire l’ambiente insieme agli altri. Vedeva, in fondo, la differenza tra chi ha imparato a seguire una traccia e chi ha speso una vita intera a tracciare sentieri per far crescere gli altri.
La conferma la ebbi tanti anni fa, ai tempi dei primi corsi di formazione finanziati FSE dalla Regione quando mia sorella mi chiamò chiedendomi se avevo un curriculum aggiornato, mi chiese di aggiungerci le mie esperienze scout come capo e formatrice di faxarlo (questo può dare la misura del tempo a cui mi riferisco) in Regione. Mi ritrovai docente di fascia A in un corso di formazione al posto di un giovane laureato che le avevano imposto ma che non aveva i requisiti di esperienza che io, ignara, avevo maturato.
Inutile dire che sento molto la mancanza di mia sorella e che, nei miei tanti anni come consulente e formatrice la penso spesso e, osservando le aule, mi sorprendo a fare le sue stesse considerazioni.
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