Ohana significa famiglia. Famiglia vuol dire che nessuno viene abbandonato o dimenticato (Lilo e Stitch).

Oggi, girando su facebook, mi sono imbattuta nel post di una mamma adottiva che raccontava il suo difficile rapporto con il figlio che la ignora e chiedeva consigli. Il risultato è stato di commenti agghiaccianti del tipo “se non ti accetta rimandalo dove lo hai preso”. Mi sono fatta del male fino in fondo e ho letto tutto questo vomitare sulle tastiere imponendomi di non commentare ma, piuttosto, di scrivere.

La prima cosa a cui ho pensato è stato il nome della chat whatsapp di famiglia che si chiama OHANA ed ecco a voi i miei pensieri.

Si parla spesso di maternità e paternità come di un evento biologico, un istinto iscritto nel nostro DNA ma la verità è che diventare genitori è, prima di tutto, un atto del cuore. L’adozione ne è la prova più evidente perché dimostra che l’amore non si misura nei tratti del viso o nel gruppo sanguigno, ma nella presenza, nell’ascolto e nella dedizione assoluta.

L’adozione non è una “seconda scelta” o un piano di riserva. È un incontro speciale in cui due storie si intrecciano per formarne una nuova. Da una parte c’è un bambino che ha il diritto fondamentale di essere amato e protetto; dall’altra ci sono due adulti pronti a spalancare le braccia e la vita.

Quando queste due dimensioni si incontrano, si compie il miracolo della famiglia. Non c’è alcuna differenza tra il battito del cuore di un figlio biologico e quello di un figlio adottato perchè l’eco di quel bisogno di appartenenza è esattamente lo stesso.

Però per comprendere fino in fondo il miracolo dell’adozione, è necessario guardare in faccia anche la sua ombra più profonda: la ferita dell’abbandono. Prima ancora di essere accolto, ogni figlio adottivo ha vissuto una frattura, una perdita primordiale che si imprime nella psiche e nel corpo come un pianto invisibile. Ha una cicatrice che ogni giorno gli ricorda il suo vissuto.

Anche quando l’adozione avviene nei primi mesi di vita, il trauma del distacco lascia una traccia sotterranea? Si, perché il primo anno di vita è il periodo più importante e che segna la vita di ogni persona e la paura dell’abbandono  può riaffiorare in ogni momento durante la crescita: è la paura viscerale che qualsiasi legame d’amore possa, prima o poi, spezzarsi di nuovo.

Nancy Verrier, psicoterapeuta esperta proprio di questi temi ha scritto “La ferita primordiale non è solo la perdita della madre biologica, ma la perdita della certezza che il mondo sia un luogo sicuro.”

Ed è proprio questa ferita che rende il rapporto con la madre adottiva uno dei terreni più complessi e straordinari dell’intera esperienza umana. La madre è, per definizione, la prima figura di attaccamento; per un figlio adottivo, rappresenta sia la salvezza che lo specchio della sua prima perdita.ed è così che spesso si innesca una dinamica ambivalente, fatta di ricerca e di rifiuto basata su continue sfide.

Il figlio può mettere alla prova la madre con comportamenti oppositivi, rabbia o distacco. È un test inconsapevole ma disperato: “Se mi mostro al mio peggio, mi abbandonerai anche tu?”, è la sfida del rifiuto.

Nello sfondo c’è la ricerca delle origini ed in particolare della madre biologica, idealizzata o temuta così la madre adottiva deve imparare a non competere con quell’ombra, ma accoglierla come parte integrante dell’identità del figlio.

La madre adottiva diventa uno scudo contro la paura. Ha il difficilissimo compito di incassare i colpi dell’insicurezza del figlio senza restituirli, di dimostrare con la sola presenza che il suo amore non è condizionato dal comportamento, la fiducia deve essere ricostruita. Riparare quel legame spezzato richiede tempo, lacrime e una pazienza sconfinata. Ma è proprio lì che la maternità adottiva rivela tutta la sua grandezza.

Essere genitori adottivi significa abbracciare il passato di un figlio, con tutte le sue cicatrici, i suoi silenzi e le sue paure, per trasformarlo insieme in un futuro di certezza. L’amore genitoriale non è un sentimento passivo che “accade” e basta; è una decisione quotidiana, una scelta che si rinnova ogni giorno.

È la pazienza nelle sere difficili, è il sorriso che rassicura dopo un incubo, è il restare saldi quando il figlio tenta di allontanarci per paura di soffrire ancora. È dire, con ogni gesto: “Io sono qui, e non me ne vado.”

Leggendo Piccole donne abbiamo imparato che “Non sono i legami di sangue, ma quelli del cuore che fanno una famiglia.”

L’adozione ricorda che l’amore vero è incondizionato, non chiede perfezione, non pone prerequisiti e supera ogni barriera. Ci insegna che la vera genitorialità si fonda su tre pilastri fondamentali:

  • L’accoglienza: avere la capacità di fare spazio nella propria vita per l’altro, con la sua storia e le sue ferite.
  • La costanza: riconfermare la propria presenza giorno dopo giorno, soprattutto quando l’altro cerca di spingerci via.
  • La guarigione: offrire un porto sicuro affinché il figlio possa riconciliarsi con il proprio passato e volare libero verso il futuro.

Come diceva Madre Teresa di Calcutta “I figli sono come gli aquiloni: insegnerai loro a volare, ma non voleranno il tuo volo. Insegnerai loro a sognare, ma non sogneranno il tuo sogno. Ma in ogni volo, in ogni sogno, rimarrà per sempre l’impronta dell’insegnamento ricevuto.”

In questo mondo che spesso misura i legami sulla base dell’appartenenza o della continuità genetica, l’adozione regala una lezione di umanità, dimostra che non siamo definiti da dove veniamo, ma da chi sceglie di camminare con noi e di guarire con noi le nostre ferite.

Diventare genitori adottivi è un’avventura di rinascita reciproca: mentre i genitori danno una casa a un bambino, quel bambino insegna ai genitori cosa significa davvero amare senza riserve.