Ogni giorno, aprendo i social network, leggo valanghe di commenti che suscitano sentimenti diversi e mi sono impegnata a leggerli e studiarli in modo sistematico andando anche a cercare riflessioni illustri su tale argomento.
Ogni fatto di cronaca nera o giudiziaria ha l’effetto di trasformare i social network in un ricettacolo di giudizi affrettati, rabbia e pulsioni giustizialiste. Un fenomeno che non è semplice inciviltà digitale, ma la spia di un malessere sociologico ben più profondo.
Bastano un titolo ad effetto, una foto dal tono drammatico o pochi dettagli di cronaca per scatenare la tempesta. Sotto i post delle testate giornalistiche o dei profili social dedicati alla cronaca nera i commenti si trasformano, in pochi minuti, in un’aula di tribunale improvvisata. Un processo per direttissima senza avvocati difensori, senza perizie e senza i tre gradi di giudizio, dove la sentenza è quasi sempre una sola: la condanna immediata al massimo della pena.
Ho letto e studiato in giro ed ho trovato questa lucida osservazione del sociologo Zygmunt Bauman il quale spiega che “Le comunità online sono comunità di rassicurazione, ovvero comunità che eliminano le differenze e i contrasti, offrendo uno spazio sicuro in cui ciascuno trova la conferma dei propri pregiudizi.”
Per questo provare ad analizzare ciò che le persone scrivono di pancia sotto queste notizie significa sollevare il velo su una serie di dinamiche culturali che caratterizzano il nostro tempo. Non è solo “rabbia da tastiera” perché ne emerge un quadro complesso che va analizzato.
Il primo dato che emerge è l’evidente crisi profonda della fiducia nelle istituzioni. Di fronte al crimine o alla devianza, chi commenta sui social manifesta la convinzione che la giustizia ordinaria sia lenta, inefficace o persino “complice”.
“Servirebbe la pena di morte”, “Buttate via la chiave”, “Ci vorrebbe la legge del taglione”.
Sono frasi ricorrenti che scavalcano decenni di cultura giuridica e costituzionale. L’idea della pena come strumento di rieducazione del condannato viene spazzata via da un desiderio primordiale di punizione esemplare. Il popolo della rete non cerca la certezza del diritto o la prevenzione del reato, cerca una catarsi emotiva immediata.
Si crea un vero e proprio cortocircuito: Fatto di cronaca ➔ Titolo ad effetto ➔ Reazione emotiva ➔ Condanna senza appello.
Aggiungiamo che i social funzionano per contrapposizioni binarie. La complessità dei fatti di cronaca viene sistematicamente ridotta a una sfida tra “buoni” e “cattivi”, dove le sfumature non sono ammesse, possiamo mettere 👍 ai post e aggiungere altri emoticon e, ai commenti, possiamo persino scegliere se mettere 👎. Ma commentare con gli emoticon significa proprio classificare ciò che si legge e scegliere tra “buoni” e “cattivi”.
I fatti di cronaca diventano pretesti per confermare posizioni ideologiche e identitarie preesistenti. A seconda della notizia, il capro espiatorio varia: gli immigrati, i giovani, il patriarcato, la classe politica, le forze dell’ordine. Esprimere un giudizio feroce contro il “mostro” di turno diventa una modalità per affermare la propria virtù morale: urlare il proprio sdegno serve a ribadire al proprio cerchio di contatti di far parte della comunità dei “giusti”.
Umberto Eco aveva intravisto per tempo la deriva di questo meccanismo ed aveva scritto che “I social media hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività… Ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel.”
Da un punto di vista sociologico si può osservare che l’empatia digitale, spesso, è condizionata e selettiva. La solidarietà verso le vittime non è un sentimento universale, ma dipende da quanto la vittima risponda a determinati canoni culturali o aspettative dell’opinione pubblica.
Succede, così, che la vittima viene colpevolizzata specialmente nei casi di violenza di genere o di truffe. Domande come “Cosa ci faceva a quell’ora in giro?” o “Come si fa a essere così sprovveduti?” rivelano un meccanismo di difesa psicologico inconscio: convincersi che la vittima “se la sia cercata” rassicura gli utenti sul fatto che a loro non potrebbe mai accadere nulla di simile.
Infine bisogna tenere conto del contesto tecnologico e dell’architettura dei social network che sono progettati per premiare l’interazione, e nulla genera più interazioni (clic, condivisioni, commenti) delle emozioni primarie come la rabbia e la paura. La piazza pubblica si trasforma in “furia digitale” ma, mi chiedo, questa furia si tradurrà in un’azione politica reale o si tratta solo di risentimento, rumore e sfogo momentaneo che non costruiscono nulla?
In un ecosistema dove dominano la lettura superficiale dei soli titoli e il sensazionalismo, si crea un cortocircuito inevitabile in cui gli algoritmi mostrano contenuti che confermano le idee dell’utente, esasperando le posizioni e i commenti più aggressivi ed estremi che ricevono più risposte, finendo in cima alla lista e dando la falsa impressione che rappresentino la maggioranza del paese.
Guardare dentro il pozzo nero dei commenti social può risultare deprimente e richiede forza e determinazione perché è un esercizio necessario. Ciò che si legge non è semplicemente l’espressione di una inciviltà isolata, ma la spia di una frattura sociale e culturale: una società spaventata e disorientata che, non trovando più risposte certe nelle istituzioni tradizionali, cerca rassicurazione nella semplificazione della realtà e nella punizione del diverso. Una piazza digitale che urlando prova a scacciare i propri demoni.
Sono riuscita, forse, a fare un’analisi (oltre a farmi venire sconforto, nausea e mal di testa) ma non ho idee per un tentativo di soluzione se non la consapevolezza che – grazie al sistema degli algoritmi – dobbiamo imparare a non controbattere. Piuttosto dobbiamo commentare in autonomia e sostenere i commenti che apprezziamo per renderli più evidenti, In questo modo possiamo sfruttare l’algoritmo per provare a far emergere altre tesi, il vero problema non sono i commenti “hard” ma l’assenza di commenti “soft” e ragionati di chi non la pensa come la maggioranza e si limita a mettere qualche like.
Tutto questo, però, richiede un grande esercizio di pazienza e moderazione (mordersi la lingua e contare fino a mille ogni volta che leggiamo) e di determinazione nel costruire commenti chiari e positivi senza cadere nel battibecco e nel botta e risposta con gli “haters”.
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