C’è una categoria speciale di beni, apparentemente molto diversi tra loro, che spesso viene dimenticata: i beni comuni. Non sono di proprietà dello Stato e non sono merci da comprare al mercato, sono risorse che appartengono a tutti e, proprio per questo, non possono essere recintate o vendute al miglior offerente. Si tratta dell’acqua che esce dal rubinetto, dell’aria pulita di un parco cittadino, di una biblioteca di quartiere e della rete internet e sono la base stessa della nostra vita e della nostra convivenza.

Per capirne l’importanza dobbiamo distinguere le cose in base ai tre modi in cui possiamo possederle.Ci sono i beni privati che appartengono a un singolo individuo che ne dispone e decide l’uso; ci sono i beni pubblici che appartengono allo Stato o dagli enti locali che ne stabiliscono le regole d’uso attraverso le leggi; ci sono i beni comuni che sono risorse naturali o culturali e che una comunità riconosce come essenziali per la propria sopravvivenza e dignità, non appartengono a un’istituzione lontana, ma alla collettività che le vive e le custodisce.

Un bene comune non si definisce per “di chi è”, ma per il fatto che senza di esso non c’è futuro né comunità.

Oggi viviamo in un mondo che tende a trasformare tutto in merce, se una cosa non produce un profitto immediato spesso viene abbandonata, degradata o privatizzata. Questa logica del profitto sta mostrando tutti i suoi limiti: crisi ecologiche, quartieri senza spazi sociali, servizi essenziali che diventano troppo costosi per le famiglie più fragili.

Per questo tutelare i beni comuni significa fare una scelta di campo: affermare che ci sono cose che non hanno un prezzo, ma hanno un valore perché difendere un bosco dalla cementificazione o rigenerare un edificio abbandonato per farne un centro culturale significa fare investimenti sulla qualità della nostra vita presente e di quella delle generazioni future.

L’attenzione ai beni comuni può diventare rivoluzionaria perché ha il potere di cambiare radicalmente il nostro modo di intendere la politica e la cittadinanza.

Spesso pensiamo alla politica come a qualcosa che fanno “gli altri” nei palazzi del potere, che vediamo sempre più lontani, e che deleghiamo con un voto per poi  lamentarci quando le cose non vanno. Investire nei beni comuni richiede, invece, l’impegno in prima persona. Ci impone un cambiamento: da semplici “consumatori di servizi” a custodi attivi.

Quando cittadine e cittadini si organizzano per curare un giardino pubblico, per gestire un teatro occupato o per mappare le fonti d’acqua del territorio, stanno facendo politica nel senso più nobile del termine. È la politica della cura, dell’ascolto e della responsabilità condivisa.

Il mio amico e compagno di avventura nel movimento di impegno civile Dipende da Noi, il filosofo contemporaneo Roberto Mancini, esprime questo concetto con grande chiarezza e ci ricorda che la vera alternativa al degrado della nostra società non è semplicemente una gestione burocratica più efficiente, ma l’attivazione di una politica della cura e che l’impegno civile attorno ai beni comuni è la via maestra per ricostruire la fiducia sociale e una democrazia reale, che parta dal basso e metta al centro la dignità umana e la solidarietà. La vera politica è quella fatta di servizio ed impegno civico perché la politica inizia dove finisce il potere.

Se iniziamo a prenderci cura dei beni comuni dobbiamo prioritariamente rispondere ad una domanda: che cos’è una vita buona? È una vita passata ad accumulare oggetti privati in solitudine, o è una vita immersa in relazioni ricche, in città verdi, dove la cultura e la bellezza sono accessibili a tutti?

In questo modo possiamo cambiare sguardo, capire che il benessere individuale è strettamente legato a quello collettivo. Come possiamo essere davvero sani in un pianeta malato? Come possiamo essere davvero felici in una società profondamente ingiusta? 

Custodire i beni comuni è il primo passo per ricominciare a camminare insieme, riscoprendo la bellezza dell’impegno condiviso e nella consapevolezza che…dipende da noi.